I 12 migliori usi della Virtual Reality applicati al Marketing
28 settembre 2017
Restyling del sito web della Confraternita di S.Maria della Quercia
24 ottobre 2017

Protezionismo tv: cosa non funziona nel patriottismo di Franceschini

Si è fatto un gran parlare negli ultimi giorni della cosiddetta Legge Franceschini, in particolare delle misure approvate recentemente dal Governo sull’imposizione di quote tv di italianità agli operatori (chiamiamoli “broadcaster”).

Innanzitutto, va chiarito che il fresco polverone si riferisce specificamente agli ultimi tre decreti attuativi della più ampia Legge Cinema e Audiovisivo approvata nel novembre 2016, in particolare alla questione delle quote di investimenti da destinare alle produzioni italiane ed europee e alla regolamentazione della loro messa in onda (art.34). Ora, onde evitare pre-giudizi, semplificazioni e tifo da stadio visti su molta stampa, si procede ad analizzare i contenuti, nel limite di quanto si riesce a evincere a oggi dal sito del MIBAC.

Innanzitutto va sottolineato che questa legge, per la prima volta a memoria di vivente, norma in maniera organica e piuttosto ragionevole tutta una serie di questioni legate al cinema e alle produzioni “scripted (i.e. con sceneggiatura), dalla produzione alla distribuzione in sala, e ha il rispettabilissimo obiettivo in ultima istanza di fungere da stimolo alla crescita e sviluppo di un più solido e strutturato settore audiovisivo nel nostro Paese. Per quanto riguarda il punto caldo, vale a dire “gli obblighi di programmazione e investimento” di produzioni italiane ed europee, si prova a riassumere quanto deciso finora:

Programmazione: i broadcaster (“fornitori di servizi di media audiovisivi” come sinteticamente li chiama il Ministero), quindi Rai, Mediaset e gli altri (compresi Netflix e Amazon), sono obbligati (a regime dal 2020) a mettere in onda almeno il 60% di opere europee sul totale del loro palinsesto (al netto di news, sport e “quiz”), di cui devono essere italiane almeno metà per Rai e 1/3 per i privati.

Programmazione: solo per i broadcaster tradizionali (quindi esclusi Netflix e relativi): obbligo di avere in media almeno uno slot di prima serata a settimana (12% degli spazi), di cui metà italiani (6%)

Investimento: obbligo di reinvestire in produzioni europee almeno il 20% del fatturato Rai (di cui 1/4 per cinema italiano) e il 15% dei privati (di cui 1/3 cinema italiano). Inoltre, i 5/6 del totale di questi investimenti devono essere riferiti a produttori indipendenti

Al netto della definizione di “quiz” (che immaginiamo nostalgicamente includa tutte le produzioni tv in studio in onore del grande Mike), il primo punto sembra sostenibile per gli operatori del settore, considerando che già oggi si è al 50% e che molto spesso i broadcaster utilizzano gli slot meno seguiti (la notte, la metà mattina) per adempiere a questi obbligh. Non percepibile invece la differenza rispetto a oggi (50% del palinsesto) per lo spettatore.

Per quanto riguarda il secondo punto, a seconda dei canali, l’impatto può variare da nullo a significativo per gli operatori. In particolare, i più colpiti sono i canali più innovativi (che molto spesso attingono a contenuti non italiani, come Rai4 o DMax). Inoltre, un po’ oscuri i dettagli di implementazione degli obblighi sul primetime: non è chiaro come un canale che programma soltanto, ipotizziamo, quiz tranne per una singola sera a settimana, possa rispettare l’obbligo del 6% di italianità (dovrebbe cioè per esempio interrompere il film americano a 10 minuti dalla fine e far vedere un cortometraggio italiano?). Impatto invece discreto sullo spettatore finale, che verrà sì da un lato abituato a maggior frequenza di contenuto autoctono, ma dall’altro rischia di abituarsi ad anomale ma ricorrenti “serate punitive” che interrompono la continuità del palinsesto di ogni canale.

Sugli investimenti, salta all’occhio da un lato la quota altissima da destinare a “indipendenti” (più dell’80% del totale degli importi, con RAI e Mediaset che apparentemente non possono beneficiarne), dall’altra l’obbligo di investire in film italiani una quota di circa il 5% del fatturato di ciascun canale. Impatto dunque molto rilevante per i broadcaster, soprattutto privati, anche perché spesso si riforniscono di contenuti nell’ambito di contratti quadro multianno che limitano il budget disponibile (e dunque rimodulabile secondo gli obblighi) nel breve/medio termine. Inoltre, la scarsa stabilità e solidità dell’output dei produttori indipendenti italiani rischia di spingere a un frenetico (e irrazionale) mercato spot di riparazione per gli operatori, con rischi vari di turbative e distorsioni. C’è una buona notizia: più soldi, e più certezze, per i giovani autori italiani.

Ora, in un contesto mondiale in cui si sta assistendo, a cominciare dagli Stati Uniti principali esportatori, a una forte crisi di identità del cinema tradizionale, stretto dalla crisi creativa che spinge alla “franchisizzazione” dei titoli più forti (es. sequelspin-offreboot, creazione interi universi multicontenuto) e dall’altro all’inaridimento/rimpicciolimento delle storie originali (i.e. non tratte da film, libri o fumetti), stretto inoltre da crescenti budget e qualità dei cugini Serie TV, dagli ascolti TV lineari in calo e dal box office stagnante nei principali mercati (se non in netto calo come negli USA e in Italia quest’anno, fa eccezione la Cina), ecco, in questo contesto, tale legge, sebbene mossa dalle migliori intenzioni, appare alquanto anacronistica.

Infatti, il focus principale sembra essere proprio il film in quanto tale, come detto giunto a un momento di crisi storica, e non l’intera produzione audiovisiva (es. serie, cartoni animati, documentari, produzioni tv non scripted) che invece è in piena fioritura e in crescita vertiginosa un po’ ovunque. Inoltre, la legge sembra non prendere in considerazione il momento di minimo storico raggiunto nel 2017 al botteghino dal cinema italiano (siamo al momento sotto il 20% del totale ricavi a fronte di un numero abnorme di film usciti all’anno che si muove tra 150 e 200) e taglia obblighi un po’ con l’accetta senza tener conto delle peculiarità di programmazione di ciascun operatore. Infine, sembra che Netflix/Amazon&Co. siano paradossalmente favorite (non hanno, ovviamente, l’obbligo di programmazione di prima serata, ma niente è stato aggiunto a compensazione).

A seguito di una semplice analisi dunque della misura e del suo impatto reale, alcune considerazioni:

1. Il sistema non sembra essere pronto: i broadcaster, obbligati a mettere in onda contro la loro volontà prodotti già bocciati dal mercato (vedi botteghino); i produttori, che rischierebbero di approfittare di un nuovo contesto regolamentare a loro favore e di arroccarsi ancor di più nella propria torre d’avorio disdegnando le risposte, già molto critiche, del mercato reale (vale a dire degli spettatori); gli spettatori stessi, costretti a “subire” la punizione imposta da Roma e a vivere ancor più controvoglia e con scetticismo qualunquista l’esperienza, teoricamente la più naturale, di contenuti che parlano della nostra realtà nella nostra lingua; infine il mercato, distorto da un lato da un prodotto internazionale ai massimi storici di produzione e qualità limitato in un imbuto e dunque centellinato, mentre dall’altro lato una produzione nazionale insufficiente in qualità e volume con valutazioni drogate dall’obbligo regolamentare di messa in onda, e con le aree storicamente più deboli dell’audiovisivo italiano (bambini/docs/scripted) schiacciate dalla nuova, auotimposta, concorrenza europea.

2. Si percepisce un’aura coercitiva e vagamente totalitaria nell’impianto della legge (Cerasa ha detto “le modalità di visione della ‘Corazzata Kotëmkin’ diventano improvvisamente legge dello stato”), anche nello sbandierare “il modello francese” come fonte di ispirazione, modello audiovisivo senz’altro più evoluto del nostro ma non certo famoso per l’eterogeneità, la lungimiranza e l’apertura al mercato internazionale, che invece ha reso ad esempio il modello inglese il principale motore della cinematografia contemporanea.

3. Sproporzione della rilevanza dei cosiddetti “produttori indipendenti” sul resto dei produttori italiani (eg. Rai, Mediaset), per cui preme sottolineare che i più significativi tra questi (ie. Cattleya, Indiana, Lucisano, Palomar, Wildside) sono in realtà consorziati e coprodotti/distributi da Sky tramite Vision Distribution, quindi l’effetto appare alquanto discriminatorio. Inoltre, l’idea di spingere oltre misura i produttori piccoli, non è evidentemente finalizzata (come auspicabile per poter competere sui mercati internazionali) alla creazione/rafforzamento/consolidamento di un numero limitato soggetti italiani rilevanti ma piuttosto corrisponde a un criterio divide et impera e di finanziamento a pioggia per tutelare piccoli interessi, magari di produttori avvezzi alle stanze ministeriali più che alle sale cinematografiche, che in definitiva penalizza e preclude un’auspicabile visione “di sistema” e soprattutto “economica” e professionalizzante del settore, oltre che paradossalmente penalizzare i principali due produttori nazionali (RAI e Mediaset).

4. È interessante notare come la prossima uscita del Regno Unito dal perimetro dell’UE comporterà la necessità dei broadcaster di incrementare le quote di contenuti provenienti da altri Paesi europei per compensare (oggi i prodotti del Regno Unito rappresentano facilmente la seconda fonte di contenuti dopo gli Stati Uniti). Alla luce di questo, l’eccessivo peso delle opere europee sul totale, finisce per favorire le solite note cinematografie già affermate e che beneficiano oltremisura delle conseguenze della Legge (es. Francia)
Sembrerebbe di capire che non sono tutelati i produttori che non facciano cinema, in particolare chi fa documentari/factual e serie tv/fiction, mentre i produttori di animazione ottengono solo un vincolo sul totale ricavi Rai ma non su quelli privati.

5. Impatta pesantemente canali che non mandano in onda programmi tradizionali (es. Food Network, Focus), e più in generale obbliga i broadcaster ad adottare palinsesti tradizionali anche quando oggi lontani dalla linea editoriale del singolo canale (es. obbligo per tutte le reti Rai di trasmettere almeno un fiilm italiano in prime time a settimana).

6. I broadcaster si sono lamentati delle multe diventate più salate in caso di inadempimento: è argomentazione debole e inopportuna, poiché fa trasparire che oggi sistemataicamente si preferiva contravvenire agli obblighi di legge già presenti (10% dei ricavi da investire in opere europee e 50% palinsesto) e pagare le multe irrisorie previste.

Si possono fare alcune semplici proposte, si spera d’ausilio alla discussione: accompagnare la legge a misure a sostegno della crescita di settori deboli ma ad alto potenziale (es. cartoni/contenuti per bambini, ma anche serie tv e documentari/factual) che invece non sono adeguatamente trattati nell’attuale stesura, e si può ragionare su orizzonte temporale più lungo (5-10 anni) per l’attuazione.

I soggetti produttori cosiddetti indipendenti di cinema in Italia, cioè i principali destinatari dei fondi, sono spesso destrutturati, troppo piccoli per armonizzare i rischi dei prodotti in portafoglio e dunque esposti a frequenti squilibri finanziari, e in generale spesso non particolarmente professionalizzati e rispondenti a una visione industriale (in Italia il cinema è ancora considerato principalmente “una forma d’arte”, come se non fosse invece primariamente un settore economico), oltre che spesso gestiti da imprenditori one-man-show e legati a logiche del passato. Dunque, prima di inondarli di sovvenzioni, si può prevedere magari un percorso di selezione e aggregazione (es. sgravi su m&a nel settore o limiti a beneficiare dei fondi se hai, per esempio, gli ultimi 3 anni di bliancio in perdita), insomma si può pensare a una serie di misure che spingano alla nascita di operatori nazionali di dimensioni sane e sufficienti magari a distribuire oltre confine e in ogni caso sufficientemente solidi da diventare interlocutori affidabili anche dei broadcaster, oggi spesso cosa difficile. Inoltre, occorre dare maggiore peso (magari regolato da dei tetti massimi) anche ai produttori italiani non indipendenti.

Piuttosto che parlare di “indipendenti” genericamente, andrebbero divisi i piccoli operatori industriali (quelli oggi presenti e oltremodo tutelati), e che magari soffrono di nanismo per propri demeriti, dai veri indipendenti (es. un autore che propone un’opera prima o sperimentale) e previste tutele (es. una quota fissa di finanziamenti) principalmente per questi ultimi, mentre nella stesura attaule non si fa distinzione tra i due. Poi andrebbe articolato meglio l’impatto tra canali generalisti, canali tematici e OTT (Netflix e Amazon su tutti) cpn l’introduzione di obblighi, seppur inferiori e magari legati al solo fatturato locale, di investimento in produzione anche per questi ultimi, preparandosi una volta tanto a cavalcare e non a inseguire il cambiamento tecnologico in atto nel settore. Per concludere, bisognerebbe prevedere un orizzonte più ampio di attuazione (cinque anni almeno).

 

Articolo originale:

http://stradeonline.it/innovazione-e-mercato/3108-protezionismo-tv-cosa-non-funziona-nel-patriottismo-di-franceschini

Cleverage su scoop.it
Cleverage su scoop.it
Scoop.it è una fenomenale piattaforma per il content marketing, che dà la possibilità di raccogliere e condividere online materiali rilevanti per le persone interessate all’ambito di attività della nostra azienda.