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Liquidi come il nostro tempo, rifuggiamo semplificazioni e categorizzazioni proprio perché siamo insieme il prodotto e lo specchio della complessità contemporanea.

Generazione y, Net generation, Echo boomers, Millennials che io per un lungo periodo ho creduto fossero quelli nati nel duemila, e invece poi ho letto un articolo che spiegava che ci rientrano anche quelli nati, come me, negli anni ottanta. Le generazioni precedenti di appellativi non ne avevano, o ne avevano uno soltanto, e spesso gli veniva attribuito a posteriori; in un periodo storico successivo e serviva soltanto per fare un bilancio. Per dire, che so: “i sessantottini hanno sbagliato tutto, e guardate che mondo ci hanno consegnato” o roba del genere. Invece, non saremo sommersi dalle offerte di lavoro, ma quanto a definizioni abbiamo l’imbarazzo della scelta.

Forse è dovuto al fatto che di noi giovani, in Italia, se ne parla un sacco: ne parlano i giornali, ne parlano ai convegni, ne parla il professore all’università che ha 150 anni, ne parlano i vari esponenti del governo che si chiedono come bisogna fare a far tornare i cervelli che sono fuggiti, ne parla qualche giornalista attempato alla tv, che fa il solito servizio sulla Generazione Erasmus. E poi scopri che al convegno in questione i diretti interessati c’erano andati, solo che quando dopo l’intervento durato sette ore del demografo di turno, il millennial ha alzato la mano per dire qualcosa, non gli hanno dato la parola perché “non c’era più tempo.” E che quello dei cervelli in fuga non è un fenomeno soltanto italiano, ma un trend globale, e il problema in Italia non sono tanto quelli che se ne vanno, ma il fatto che da fuori entrino in pochi. E scopri anche che l’Erasmus lo fa si e no il 2% della nostra generazione. Così, quando si è trattato di scegliere il nome per il numero ‘0’ di questa rivista che si caratterizza, tra l’altro, per una redazione dove, tra editore, direttori, e giornalisti, il più “vecchio” ha 31 anni e il più giovane 19, ci siamo scervellati per trovare un termine che ci definisse, che non fosse già stato usato. Poi è venuto liquida, e ci è parso non esistesse nulla in grado di definirci meglio. Liquidi come il nostro tempo, rifuggiamo semplificazioni e categorizzazioni proprio perché siamo insieme il prodotto e lo specchio della complessità contemporanea.

Spogliati da leader, maestri e ideologie di riferimento, ci muoviamo in uno spazio fluido dove il ventaglio di opzioni è potenzialmente infinito, senza che lo siano altrettanto le indicazioni sulla strada da seguire.

In questo numero cercheremo di portarvi in viaggio in questo spazio caotico dove coesiste tutto e il contrario di tutto. Dove i giovani fuggono, si, ma a volte ritornano e realizzano cose meravigliose, dove la partecipazione politica non si cancella, ma si trasforma, dove start-up non è necessariamente sinonimo di “bene”, dove tecnologizzazione non è uguale disumanizzazione, dove il web produce veleni ma anche i suoi antidoti. Dove tutto: il lavoro, l’identità, l’amore, sono in una fase di profonda, rivoluzionaria, ri-definizione.

Siamo una generazione a cavallo tra due mondi, eppure in grado di leggerli entrambi, e assistiamo oggi ad una transizione sistemica che somiglia più a una distruzione di portata Shumpeteriana. Forse iniziamo soltanto adesso a prendere consapevolezza reale dei nostri strumenti. Forse, questo nuovo mondo che avanza lo sappiamo leggere meglio noi, che non abbiamo dimenticato com’era quando si camminava senza la testa china sullo smartphone, ma alterniamo twitter, snapchat  e medium con la disinvoltura di un prestigiatore, che portiamo il kindle in viaggio, ma non rinunceremmo all’odore della carta per nulla al mondo. Noi che abbiamo visto vecchi muri cadere, e non vogliamo vederne sorgere di nuovi, che di certezze non ne abbiamo mai avute, e non ci facciamo paralizzare dal caos, perché sappiamo che è lì che nascono le idee migliori. Noi che non siamo vittime della paura di perdere ciò che abbiamo costruito, perché tutto è ancora da costruire.

Siamo liquidi in una modernità liquida, e sta a noi più di quanto pensiamo navigare a vista o incanalare questo mare in una direzione che ci piace di più. E se non ci riusciremo, avremo lottato, e quando di noi faranno un bilancio storico, non avranno che l’imbarazzo della scelta su come chiamarci.

articolo originale:

www.the-newsroom.it/generazione-liquida

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